sabato 4 marzo 2017

Candele

Sono tempi duri: difficile scorgere la bellezza in un mondo che sta diventando sempre più disumano.
Eppure.
Eppure, come diceva qualcuno, l'unica cosa buona che puoi fare in mezzo al buio è accendere un fiammifero.

Qualche giorno fa con la mia classe abbiamo incontrato una persona che ha acceso un cero nel bel mezzo dell'oscurità, divenendo dunque per me (p)artigiana della bellezza sul campo: Annalisa Strada.

Ci ha raccontato due dei suoi libri, ma come ogni raccontatrice di storie che si rispetti, ne ha suscitate molte di più.
La prima di cui ci ha parlato è quella di Emanuela Loi, di cui ha scritto nel libro Io, Emanuela . A me e alle mie colleghe, che avevamo più o meno 18-20 anni nel 1992, ed eravamo a Palermo, questo racconto apre ferite che stentano a chiudersi, per ovvi motivi. Personalmente, ho molto apprezzato il fatto che non ci sia un filo di retorica in questa narrazione, anche perché risuona quel dolore sordo e lancinante allo stesso tempo che ha le parole di un'altra donna (lo Stato... lo Stato). Ma forse ancora più bello è stato il modo in cui Annalisa Strada ci ha raccontato la sua chiave di scrittura: chi gliel'ha fornita è un altro scrittore, Gabriele Romagnoli, nel suo libro Solo bagaglio a mano. Chi viaggia in aereo, impara prima o poi l'arte di preparare il bagaglio a mano. E impara - a proprie spese - che è una questione di scelte. Proprio come la vita. Tutta la nostra vita è fatta di scelte.
Anche quella di Emanuela Loi, esattamente come quella di ognuno di noi.
Ma, apparentemente, molte cose della sua vita, Emanuela non le ha scelte: chiamiamolo caso, destino, fatalità. Esattamente come accade a ciascuno di noi. Voleva fare la maestra, ma si è ritrovata a tentare il concorso in polizia per far compagnia alla sorella. Nella graduatoria, si era qualificata tra i primi, mentre la sorella si era ritrovata più in basso.
E allora? Un ripiego? No. Per tutta la vita, o almeno per buona parte di essa, Emanuela ha trasformato quello che sembrava un imprevisto, un inciampo, in una opportunità. Voleva fare la maestra per prendersi cura dei bambini: anche in polizia avrebbe potuto farlo. Era riuscita a trovare un senso alla nuova strada, imprevista, che la vita le poneva davanti.
Tanti altri imprevisti erano accaduti. (A lei come anche agli altri agenti della scorta). E per la maggior parte delle volte, Emanuela aveva scelto di accoglierli come opportunità.
Ogni volta, con la sua scelta di fare ciò che doveva fare, Emanuela ha contribuito a rendere un po' migliore il suo mondo. Che era l'unica cosa che poteva e doveva fare.
Difficile raccontare la fine di questa storia. Lo si può fare soltanto se si è convinti che non è la fine.
E qui Annalisa Strada ha chiesto ai bambini se secondo loro le cose avrebbero potuto andare diversamente.
Se Emanuela fosse rimasta qualche altro giorno in convalescenza...
Se non l'avessero assegnata al servizio scorte...
Se chi ha azionato l'autobomba, quel maledetto 19 luglio, avesse avuto un rigurgito di coscienza...

Ecco. Se avessi scelto la via del bene, invece di quella del male.

E a questo punto, inizierò a parlare della seconda storia che Annalisa Strada ci ha raccontato e di cui ha scritto, con il marito Gianluigi Spini, nel libro Il rogo di Stazzema.
La storia dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema è tristemente nota (anche se ho scoperto che molti ancora non la conoscono).
Ma anche nell'orrore indicibile di quei giorni, inimmaginabile da raccontare a dei ragazzini di oggi, si accese, quasi impercettibile una luce. Quei giorni furono in realtà fatti ferro e fuoco, e appare paradossale che tutto quel fuoco possa contenere un abisso infernale.
Eppure.
Eppure c'è la storia - vera - di Enio Mancini e della sua famiglia. La storia di come davvero ognuno di noi, con le proprie scelte di ogni giorno, può cambiare il proprio mondo. E qualche volta anche quello degli altri.
Così un gesto gentile, forse istintivo in chi è abituato a scegliere la gentilezza e a scorgere l'umanità anche negli occhi di chi in quel momento ti punta un mitra contro, segna il discrimine tra la vita e la morte. Quel soldato col mitra puntato è anche un ragazzo di sedici anni. E in quel momento compie una scelta: disobbedire. Non è facile per un soldato disobbedire. Un soldato non può e non deve disobbedire. O forse sì.
La sua disobbedienza salvò sei vite. Anzi sette. Perché sicuramente salvò anche la sua.

Ogni incontro che sia vero non esaurisce nel breve tempo trascorso insieme, ma continua a parlare dentro di noi. Giovedì scorso Annalisa Strada ha acceso diverse candele. E noi abbiamo visto con i nostri occhi a cosa può servire scegliere di raccontare storie.

Grazie, Annalisa, perché ci hai ricordato cosa vuol dire essere umani.

  

sabato 17 dicembre 2016

Tutti nella stessa barca

Che senso ha parlare di Natale in questo tempo di guerre e povertà? Ci abbiamo provato a trovarlo, un senso. Potrebbe essere questo...

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lunedì 5 dicembre 2016

il tuo nome è una ciliegia

il tuo nome è una ciliegia
che rigiro tra le labbra,
assaporo lentamente
il suo succo generoso

e del seme che farò?
crederò per una volta
che diventerà un germoglio
ed attenderò che innalzi
la tua verde primavera?

ac

venerdì 28 ottobre 2016

In fuga... 27 piccoli undici e 27 illustrazioni

Eccoci!!! I piccoli (p)artigiani delle edizioni arcobaleno, ormai dei ragazzi di quinta, tornano con una pubblicazione collettiva che è un pezzo unico, ma visto che siete voi :) l'ho trasformato in un libro digitale.

Speriamo che il risultato vi piaccia!

lunedì 29 agosto 2016

Meravigliosa Matera

Sono stata a Matera per la quarta volta, in occasione del V seminario per formatori del Metodo Caviardage Tina Festa e ci tornerei domani, perché come dice Sergio, a Matera si va, si torna e si resta.
Questa volta ho fatto l'esploratrice soltanto l'ultima mattina, ma mettendo insieme un po' di immagini è venuto fuori questo racconto fotografico della città che mi è apparsa come una meravigliosa meridiana.
Enjoy!

domenica 21 agosto 2016

la bellezza dolorosa e colorata di Borgo Vecchio




Non ricordo chi, forse il cardinale Ravasi, ripete spesso che la bellezza è dolorosa. Dolorosa nel senso che fa male vedere il contrasto tra la pura bellezza e lo sfregio che le viene fatto. Sotto questo punto di vista, penso che la mia città non si possa battere. Allo sfregio delle bombe degli Alleati dell'ultima guerra, che è ancora una ferita ben aperta in alcuni luoghi di Palermo, si sono aggiunti nel tempo le tagliate di faccia di chi è venuto dopo, di chi aveva il potere di sanare e non l'ha fatto, di chi ha preferito lasciare tutto così, di chi ancora adesso giudica non importante (e forse conveniente) lasciare che le cose vadano in malora.

Eppure.
Eppure esistono luoghi nella mia città dove non si capita per caso, e se si sbaglia strada solitamente si ha fretta di andarsene. Luoghi che conosce bene solo chi vi è nato, per caso e per destino (per provvidenza, forse?).
Uno di questi luoghi è quello dove è nata mia nonna e che non avevo mai visitato prima di ieri.
La casa di mia nonna non c'è più da tanti anni, abbattuta per far spazio a piazza Don Sturzo, così come non c'è più la chiesa in cui i miei nonni si sposarono, la vecchia chiesa di Santa Lucia, centrata in pieno durante i bombardamenti del maggio '43.
Sono entrata al Borgo per la prima volta ieri, in compagnia di Valentina, avendo in mano un indirizzo, quello della casa natale di Giuseppe Pitré, che ero curiosa di vedere di persona dopo averne letto per caso.
Le case più antiche sono quelle tipiche dei sobborghi creati nell'ottocento, semplici ma belle persino nei dettagli. E quella di Pitré non è da meno: la sua storia è quella esemplare di un figlio di pescatore emigrato in America, rimasto solo con la madre vedova e venuto su grazie all'aiuto di un lungimirante sacerdote che lo spinge a continuare gli studi. Il Borgo di Santa Lucia infatti era una borgata di pescatori, a due passi dal salotto buono della città, con quelli che sarebbero stati il quartiere Politeama e la via Libertà. Ma la guerra e l'incuria hanno fatto - come diciamo noi - mala minnitta e appena ci addentriamo in via Collegio di Maria troviamo le baracche e le rovine.
Gli adulti e i ragazzi ci guardano con diffidenza, mentre noi guardiamo ammirate e "doloranti" le opere d'arte lasciate da un progetto di streetart realizzato da un gruppo di associazioni (PUSH, PerEsempio) in collaborazione con l'artista Ema Jons.
Vicino al campetto, risistemato da poco, un ragazzino si avvicina per mostrarci gli altri disegni: ad alcuni ha collaborato anche lui. Un altro, arrivato poco dopo, ci chiede se siamo di Palermo e ci specifica che lui è della Noce, non è del Borgo. Sono belli, i disegni, pieni di colori. Alcuni sono strani, sì. Ma ai bambini posso dire sinceramente che questo posto è bello, che mi piace. Mi piace, anche se vedo le ferite, intuisco il dolore.
Passiamo davanti all'Asilo Nido Alessandra Turrisi, chiuso dal 2010, riaperto per due giorni tempo fa e ora nuovamente chiuso. Perché in questa città lo Stato si può permettere di assentarsi nei suoi aspetti fondamentali (!) e lasciare che prevalgano le alternative, che qui hanno il nome di Mafia.
Eppure.
Eppure questo può essere un quartiere bellissimo. Eppure qui c'è tanta storia. Eppure qui è nata una delle cantanti più brave ed eteree della musica italiana, Giuni Russo, alla quale si potrebbe (perché no?) intitolare una strada, oltre che il già citato Giuseppe Pitré (del quale stiamo silenziosamente celebrando i cento anni dalla morte). Eppure qui ci sono tante storie che aspettano solo di essere raccontate, verrebbero gli altri palermitani e persino i turisti, e non per la presunta movida notturna, ma per conoscere un luogo che è Palermo, a tutti gli effetti, e che soltanto sottraendolo alla smemoratezza si può salvare.
Qualche settimana fa ho letto un libro che mi ha lasciato molto inquieta, Il Progetto Kalhesa di Ismé Gimdalcha alias Giancarlo De Carlo: dopo la lettura di questa testimonianza sul Sacco e sul post-Sacco di Palermo, non riesco più a guardare la mia città come prima. E il serpente che morde il petto del Genio di Palermo è un logo perfetto per questa città irredimibile.
Eppure.
Eppure per fortuna, esistono persone e progetti che coinvolgono innanzitutto i bambini, che li rendono partecipi del proprio tempo e del proprio territorio. In questi giorni sto scoprendo un mondo (a volte le cose ci passano sotto il naso e non abbiamo il tempo di approfondirle) fatto di cose belle e di volontà di spezzare le catene.
Ringrazio Antonio Curcio, esperto di street art a Palermo, il blog Il decimo figlio di Gemma Randazzo per avermi aiutato a cominciare a capire e metto qui un altro filmato del progetto Borgo Vecchio Factory con una parte del lavoro svolto in questi anni.